26 aprile 2026

DOPO IL 25 APRILE 2026: E' più importante essere ebrei o italiani? di Giorgio Giannoni

Bandiera della Brigata ebraica, Roma, 25 aprile 2017 (ANSA/ GIORGIO ONORATI)
             

Ieri, 25 aprile 2026, Anniversario della Liberazione, gli avvenimenti di rifiuto che si sono succeduti a Milano contro la Brigata ebraica durante lo svolgimento del corteo di prammatica, inducono a fare chiarezza storica e a porre alcune domande, tra le quali la più dirimente rimane, a mio avviso, questa: E' più importante essere ebrei o italiani? 


Sarebbe fin troppo facile rispondere: entrambi, da parte dei nostri concittadini ebrei ma, come in tutte le cose dove la politica si mescola alla religione, i fatti assumono caratteri di complessità molto elevati e si aprono vie mai del tutto chiarite. La domanda, tuttavia, parrebbe contraddittoria nella sua essenza (oltre l'appartenza a categorie diverse) visto che un cittadino italiano che riconosce la laicità della nostra Costituzione dovrebbe, in prima istanza, considerare l'appartenenza ad una religione come un fatto personale e praticarla nel silenzio della propria vita, rendendo, di fatto, funzionale, la divisione tra Stato e Chiesa presente nel nostro Paese. Ma l'ebraismo, nella sua connotazione ancestrale e aldilà delle terribili contingenze della storia, rappresenta da sempre un qualcosa di talmente radicato nella mente dei suoi appartenenti da innescare contraddizioni e incoerenze talvolta devastanti. 

Quanto accaduto ieri alla manifestazione ha dunque bisogno di una spiegazione. 

Cominciamo con il dire cosa fu la Brigata ebraica, cosa fece nella sua esistenza e che cosa derivò dalla sua azione durata dall'agosto del 1944 al luglio del 1946. La Brigata ebraica fu un corpo militare indipendente dell’esercito britannico, ossia non incorporato all’interno di unità preesistenti: aveva una propria bandiera e un proprio emblema ed era composto da circa 5mila ebrei provenienti dalla Palestina. Si formò nel 1944 e in Italia partecipò alle ultime fasi della Seconda guerra mondiale combattendo dal 3 marzo del 1945 nelle zone dell’Appennino tosco-romagnolo: in provincia di Ravenna, a Rimini, Forlì, Faenza partecipando anche allo sfondamento della Linea Gotica sul fronte del fiume Senio. Il bilancio di 54 giorni di combattimenti fu di 51 morti. Come scrive il Centro studi nazionale Brigata ebraica, «la funzione della Brigata ebraica in Italia fu fondamentalmente di natura diversiva e si sostanziò in una azione di disturbo e di agganciamento del nemico. Secondo lo storico israeliano Yigal Allon, sebbene addestrata ad affrontare la guerra “su larga scala”, la Brigata ebraica fu di fatto impiegata in un settore statico del fronte».

Questo è l'aspetto meritorio di un piccolo esercito formato da ebrei nati in Palestina prima dell'avvento dello stato di Israele che combatterono contro i nazisti e i fascisti repubblichini dell'ultima ora. Il Presidente Mattarella, nel 2018, decorò la Brigata ebraica con la Medaglia d'Oro al Valore Militare proprio per il contributo alla lotta contro la dittatura nazi-fascista. Fermarsi a questo avrebbe almeno il significato di partecipare alle commemorazioni con una pur significativa valenza di fondo. 

Ma se questo è l'aspetto potremmo dire prettamente "ebraico" della Brigata, occore dire alcune cose sull'aspetto "sionista" dei suoi componenti che si esplicò in maniera potente negli anni successivi con tragici risvolti verso i territori palestinesi che divennero parte del nascente stato di Israele.

Già nel  periodo immediatamente successivo alla fine della guerra la Brigata lavorò per supportare e assistere i profughi ebrei e gli orfani ospitati nei centri di raccolta e nei campi per rifugiati in tutta Italia. A Milano attivò un centro a Palazzo Erba Odescalchi, in via Unione 5, trasformandolo nel punto di convergenza dei profughi ebrei di tutta Europa e in uno snodo di passaggio nel viaggio verso la Palestina, fra il confine con l’Austria e i porti della Liguria e del Sud Italia. Nel maggio del 1945 la Brigata fu trasferita sul confine di Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia, dove avvennero i primi contatti con i profughi reduci dai campi di sterminio. Sempre lì organizzarono delle staffette verso i principali porti italiani, fra cui Napoli e La Spezia, per gli ebrei che volevano emigrare clandestinamente in Palestina, fornendo loro documenti falsi e divise militari per eludere i controlli.

A causa di questa loro attività l’unità fu trasferita in Belgio e nei Paesi Bassi e infine, nel luglio del 1946, fu smobilitata per ordine del governo britannico. Una parte dei componenti della Brigata, non rientrati nella Palestina mandataria, continuò comunque a operare in Europa e in Italia per favorire l’ingresso dei profughi in quello che di lì a poco sarebbe divenuto lo Stato d’Israele. Si stima che il contributo della Brigata ebraica a questa migrazione abbia interessato tra le 15mila e le 22mila persone.

Parallelamente a questa attività, una formazione interna e clandestina della Brigata si dedicò a identificare e a uccidere i nazisti fuggitivi e a inviare armi all’Haganah, il nome dato a un’organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il mandato britannico e che fu poi integrata nelle forze armate dello Stato d’Israele.

Molti tra i circa cinquemila soldati che fecero parte della Brigata ebraica, comunque, tornarono o si trasferirono in Palestina portando con sé l’esperienza militare acquisita e impiegandola durante quella che gli israeliani chiamano la Guerra di Indipendenza, combattuta contro una coalizione di stati arabi solidali con la causa palestinese. Alla fine della guerra, nel luglio del 1949, Israele controllava il 72 per cento del territorio della Palestina contro il 56 per cento stabilito dalla risoluzione 181 dell’ONU, che prevedeva un piano di ripartizione dei territori della Palestina tra ebrei e palestinesi. A quel punto circa 700mila palestinesi dei territori conquistati furono costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi in campi profughi, nei paesi confinanti. Questo evento è chiamato dai palestinesi e dal mondo arabo “Nakba”, che significa “catastrofe” in arabo e che viene ricordata ogni anno con proteste e manifestazioni. Le centinaia di migliaia di palestinesi che ancora vivono in campi profughi e le condizioni del loro “diritto al ritorno” sono da sempre una delle questioni più complicate del conflitto israelo-palestinese.

Nel sito del Centro studi nazionale Brigata ebraica si dice che «l’esperienza militare conseguita dagli uomini della Brigata ebraica si rivelò estremamente formativa e fu determinante per le sorti della guerra di Indipendenza dello Stato di Israele, tant’è che furono proprio due reduci della campagna d’Italia, i brigadieri Mordechai Markleff e Haim Laskov, a ricoprire il ruolo di Capo di Stato Maggiore del neonato esercito nazionale, negli anni Cinquanta, mentre Aaron Remez, anch’egli reduce della Brigata ebraica, divenne il secondo comandante in capo dell’Aviazione israeliana». In Israele, tra i veterani della Brigata che combatterono sul territorio italiano, trentacinque di loro divennero poi generali.

Al di là del contributo alla guerra nella creazione dello Stato di Israele, come ha scritto lo storico Claudio Vercelli, «la milizia armata ebraica nella Palestina sotto il mandato britannico, era una parte integrante dell’edificazione di quella comunità politica che nel 1948 si sarebbe poi trasformata in Stato d’Israele».

E con questa realtà dei fatti che dobbiamo giudicare quanto accaduto ieri perchè è proprio questo legame con Israele è la ragione per cui ormai da anni la presenza della Brigata ai cortei della Liberazione viene contestata dai gruppi più sensibili alle sofferenze imposte da Israele ai palestinesi, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Se torniamo ora alla domanda precedente noterete, dunque, quanto il dilemma, per un cittadino italiano ed ebreo, oggi, si ponga in tutta la sua virulenza. Da un lato come tutti gli italiani democratici e libertari non si può non prendere atto e commemorare la Resistenza e l'Antifascismo ed accettare nella sua interezza i dettami della nostra Costituzione. Dall'altro, lo stesso cittadino si trova a commemorare, in questo caso, l'ambiguità di fondo legata al sionismo di un tempo, caratterizzato da pratiche discriminatorie e azioni indirizzate all'esclusione della popolazione arabo-palestinese dalle proprie terre.

Oggi il sionismo di un tempo si è trasformato, evidentemente, nella violenta politica israeliana che, con la giustificazione dell'ignobile atto di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, ha difatto iniziato una nuova riappropriazione di terra palestinese compiendo un vero e proprio genocidio a Gaza e continuando una subdola annessione dei territori della Cisgiordania senza voler parlare del Libano meridionale. Tutte azioni che collidono prepotentemente con la nostra Carta Costituzionale, la Carta Universale dei Diritti Umani e il Diritto Internazionale.

Ovviamente non può reggere la patetica scusa che la guerra di Israele contro Hamas sia una guerra di resistenza e di sicurezza contro coloro che vorrebbero scacciarli dal medio oriente come già i sionisti di un tempo vollero affermare per giustificare il loro diritto all'intera palestina. 

Ecco perchè la partecipazione di ieri al corteo assume, oggi, in un contesto estremizzato e palesemente ingiusto, i connotati di una vera e propria contraddizione resa ancora più marcata dallo sventolio delle bandiere di Israele associate a quelle di un Iran di vecchia fattura, quello dello Scià di un tempo, notoriamente un regime dittatoriale che controllava con la violenza e la delazione la popolazione persiana.

 Oggi la Brigata ebraica è una associazione senza scopo di lucro con sede a Milano che cura la memoria dell’opera e degli ideali di quella storica. In questi compatrioti essere ebreo, evidentemente, risulta più importante che essere italiano se continuano a non voler vedere, aldilà dei vecchi meriti libertari e all'appartenenza ad un paese democratico antimilitarista e antifascista, quanto oggi, i loro discendenti si muovano su un percorso diametralmente opposto di conquista e di oppressione. Ancora una volta bisogna prendere atto che l'appartenenza ad una religione dirime, senza soluzione di continuità, la vita delle persone rendendole incapaci di osservare le proprie contraddizioni più terribili.

Come corollario, due ultime notazioni che dovrebbero far comprendere le contraddizioni di fondo di cui si parlava: la prima, il comportamento di Emanuele Fiano, ex deputato del Partito Democratico ed ebreo, il cui padre scampò dal campo di sterminio di Auschwitz. Un politico, dunque della Repubblica, che ha duramente criticato la decisione del PD milanese di chiedere l'interruzione del gemellaggio con Tel Aviv, definendola una rottura di un legame storico. Posizione che fa il paio con quella della destra di governo ed evidenzia quanto sia difficile valutare i propri retaggi. Dal 2005 guida l'associazione Sinistra per Israele, promuovendo il dialogo e contrastando l'antisionismo, spesso criticando posizioni anti-israeliane interne alla sinistra italiana. 

La seconda riguarda un gruppo di attivisti israeliani che opera in Cisgiordania  per sostenere le comunità palestinesi contro l'espansione degli insediamenti, aiutandole a recuperare terre e offrendo protezione. Ebrei, dunque, definiti traditori dai loro stessi compatrioti e trattati con violenza per le loro azioni meritorie. Dunque, c'è chi ha saputo andare oltre a visioni incatenanti promuovendo il rispetto dell'etica umana e della solidarietà.

In definitiva, io credo che l'esautoramento della Brigata ebraica dalla manifestazione trovi una sua evidente giustificazione in questa ambiguità di fondo che anima i nostri compatrioti ebrei. Evidentemente ottant'anni di libertà, di eguaglianza, di democrazia non sono stati sufficienti per evidenziare le contraddizioni di fondo che animano il Popolo di Israele. L'incapacità di trovare una via alla coabitazione come sarebbe potuto avvenire con Rabin se i rigurgiti inconsci del fondamentalismo ebraico, non lo avessero impedito, si riverberano sempre e comunque negli animi di molti ebrei che abitano il pianeta, rendondoli incapaci di andare oltre alla visione del cosidetto Popolo eletto. Un'altra domanda è d'obbligo: e il diritto al ritorno del Popolo palestinese?

 Giorgio Giannoni

P.S. I dati storici sono tratti da articoli pubblicati sul Post

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