27 ottobre 2026

GLI EVENTI DI INSARZANA - LETTURA POPOLARE PER PIER PAOLO PASOLINI: La lunga strada di sabbia, 1959 (IL LIBRO DELLA SETTIMANA)

 

In attesa di incontrarci (sabato 31 ottobre 2026 dalle ore 17,30 nella sede di InSarzana, Vicolo Bonicella 4 a Sarzana) per ricordare ancora una volta la grandezza di Pier Paolo Pasolini e la sua infausta fine del 2 novembre 1975, proponiamo il ricordo di un libro, forse messo un poco da parte nella sterminata produzione artistica di questo grande intellettuale moderno: La lunga strada di sabbia, edito nel 1959. Lo facciamo con la Presentazione del testo e l'Introduzione di Paolo Mauri tratte dall'edizione del 2017 dell'Editore Guanda


  

Presentazione

È un Pasolini che si abbandona a momenti di vera e propria gioia quello che tra il giugno e l’agosto del 1959, al volante di una Fiat 1100, percorre la «lunga strada di sabbia», da Ventimiglia a Palmi e poi, spinto da una specie di «ossessione deliziosa», fino al comune siciliano più meridionale, per risalire infine la costa orientale e arrivare a Trieste. A La Spezia, da dove parte per San Terenzo e Lerici, sente che sta per avere inizio una fra le domeniche più belle della sua vita; a Livorno, non lascerebbe mai «l’enorme lungomare, pieno di ragazzi e marinai, liberi e felici»; e, finalmente, al Circeo: «Il cuore mi batte di gioia, di impazienza, di orgasmo. Solo, con la mia millecento e tutto il Sud davanti a me. L’avventura comincia».

A commissionargli il viaggio è stata la rivista «Successo», che pubblicherà il reportage in tre puntate fra luglio e settembre, e Pasolini, spiaggia dopo spiaggia, incontra amici intellettuali e personaggi noti, si lascia incantare dalla gente semplice dei paeselli più remoti (a Portopalo «la gente è tutta fuori, ed è la più bella gente d’Italia, razza purissima, elegante, forte e dolce») e, portandosi in giro il suo entusiasmo per la scoperta, il suo sguardo emozionato e insieme acuto di futuro regista, annota scorci e impressioni tanto potenti da restituirci un quadro dell’Italia di allora: un’Italia in cui il boom economico, solo presagito, non riesce ancora ad avere la meglio sulla felicità del sogno pasoliniano d’innocenza.

                 



LE SPIAGGE DI PASOLINI

di Paolo Mauri


L’immagine che, volere o no, ha racchiuso Pasolini come una mosca nell’ambra è quella dell’intellettuale corsaro e luterano che cerca, con la forza della sua intelligenza e della sua passione, di fermare il mondo impedendo quella omologazione che lo avrebbe sottratto al perpetuarsi di una meravigliosa, anche se spesso drammatica, innocenza.

In realtà Pasolini cercava la felicità. L’aveva inseguita, da poeta, nel dialetto friulano in cui le parole e le cose si coniugavano perfettamente dandogli una sensazione di compiutezza mai più raggiunta così pienamente, e l’aveva cercata, da scrittore, nel mondo per lui nuovo delle borgate romane dove i ragazzi, vivendo come sempre al di qua della storia, recitavano il loro copione con una autenticità assoluta di cui Pasolini si faceva portavoce e quasi sacerdote. Poi c’era stato Accattone, il trasporto della borgata non più sulla pagina ma sullo schermo: voci vere, volti veri, senza filtri. La felicità era immergersi in quelle esperienze, secondando l’estro poetico e il fluire di un eros incendiario, sempre pronto a risorgere dalle proprie ceneri.

Vincenzo Cerami, che di Pasolini, come si sa, fu allievo alle scuole medie di Ciampino, ricordava un suo «gesto di felicità infantile e tenerissimo» quando vide per la prima volta Ragazzi di vita nella vetrina di un libraio.

Il sogno di Pasolini, ed è storia notissima, si era scontrato con la morale e la cultura veteroborghesi diversamente interpretate dalla destra cattolica e dalla sinistra comunista in cerca di realismi ortodossi. C’erano stati i processi, i tribunali e, non meno dure, le parole degli intellettuali-compagni. Pasolini però cresceva presso il pubblico, scomunica dopo scomunica. Cresceva nel dolore e nella rabbia. Per questo fa una strana impressione incontrare un Pasolini in viaggio lungo le coste italiane nell’anno di grazia 1959. Perché è un Pasolini felice. La commissione del viaggio gli viene dalla rivista «Successo», che pubblicherà in tre puntate il suo reportage con le fotografie di Paolo di Paolo (il 4 luglio, il 14 agosto e il 5 settembre). Pasolini ha trentasette anni ed è ormai un intellettuale famoso. Ragazzi di vita (1955) è stato processato per oscenità e, testimoni a discarico Carlo Bo, Gianfranco Contini, Alberto Moravia e altri ancora, era stato assolto con formula piena. Nel ’57 il poeta Pasolini (Le ceneri di Gramsci) vince il Viareggio insieme a Sandro Penna. Nel ’59 pubblica Una vita violenta, che ha dovuto purgare in più punti per evitare nuovi problemi all’editore. Non vince lo Strega e, è quasi un risarcimento, alcuni prestigiosi amici (Ungaretti, Debenedetti, Bassani, Gadda e Moravia) gli attribuiscono il premio Crotone. È in questo frangente che si colloca il viaggio lungo le spiagge italiane, a bordo di una Millecento Fiat che lo scrittore guida personalmente.

È giugno. Tutto comincia al confine con la Francia che passa, poco oltre Ventimiglia, in mezzo al rio San Luigi, in quel momento completamente secco. Lì sopra si intravede la villa Voronoff di cui Pasolini non dice nulla perché era allora molto più celebre di adesso: scienziato utopista, Serge Voronoff pretendeva di ridare vigore agli uomini anziani trapiantando testicoli di scimpanzé... Ma ecco subito Sanremo dove lo scrittore visita il Casinò. «Entro come Charlot, cercando di farmi piccolo sotto gli sguardi monumentali dei custodi.» Poi di nuovo lungo la costa a indovinare la gioia della gente che affolla le bellissime spiagge «in una sagra d’amore». «A Spotorno è mio dovere fermarmi, e non mi fermo.» Ci abita un poeta vero, col quale Pasolini è in corrispondenza: Camillo Sbarbaro. Forse Pasolini pensa che sia troppo presto per una tappa letteraria, ma gli incontri non mancheranno a viaggio già inoltrato. E Pasolini dirà al lettore di sé, registrerà di volta in volta le proprie reazioni: più che scrivere si direbbe che «giri» con una macchina leggera a spalla. Spiaggia dopo spiaggia, ecco la Versilia, ecco il Cinquale. Qui villeggia Bertolucci (il poeta), qui, aggiunge Pasolini, ci fu D’Annunzio. A Forte dei Marmi gli Agnelli possiedono una grande villa e sotto un tendone color ruggine lo scrittore avvista Gianni Agnelli, «grasso, fiorente, abbronzato». Il fotografo gli si avvicina e chiede: «Le dispiace se le faccio qualche fotografia?» E, «con cortesia celestiale, Agnelli risponde: ‘Moltissimo!’»

È un Pasolini in vacanza, in vacanza anche dalle proprie ire e nevrosi, quello che scrive allora. A Fregene corre subito a salutare Moravia, che sta scrivendo il suo nuovo romanzo La contemplazione e la noia, che poi diventò più semplicemente La noia. Poi va anche da Fellini, che sta girando un episodio della Dolce vita. Ha, Pasolini, qualcosa da farsi perdonare: doveva aiutare il regista a scrivere alcuni dialoghi e invece ecco che va in giro per le spiagge. «Un giorno» racconta, «da non so che città del mondo, Fellini mi ha scritto una cartolina chiamandomi ‘fedelissimo Paolino’ (il fondo pascoliano di Fellini lo porta al diminutivo).»

Bellissimo è l’attacco del pezzo su Ostia: «Arrivo a Ostia sotto un temporale blu come la morte». È luglio. L’attrice Elsa de’ Giorgi è in macchina con lui: si stanno dirigendo verso il Circeo e lei parla, parla... «Dovevano darlo a te, lo Strega.» Ma a Pasolini sembra che la votazione dello Strega, avvenuta qualche giorno prima, sia vecchia di mille anni. Per la cronaca quell’anno il premio andò al Gattopardo, uscito postumo: Tomasi di Lampedusa era morto due anni prima. Al Circeo la de’ Giorgi scende e Pasolini va avanti da solo: «Il cuore mi batte di gioia, di impazienza, di orgasmo. Solo, con la mia millecento e tutto il Sud davanti a me. L’avventura comincia».

L’arrivo a Napoli è una vera sceneggiatura: il personaggio chiave è ancora Pasolini, che cena da Ciro e poi fa due passi ed è subito circondato dai venditori di fiori, dai ragazzini che chiedono: «Dieci lì, dieci lì». Lui gliene dà cinquanta: «l’esercito dei poveri pidocchi mi è attorno». Presto scopre che il capo di quella ciurma è un nano. «Songo piccolo... Songo nano! Tutti nella famiglia mia siamo nani!» Ubriaco di Napoli, lo scrittore passa la notte in bianco: «Ho fatto l’aurora, ho visto il Vesuvio, vicino che si poteva toccarlo con la mano, contro un cielo, ormai rosso, avvampante, come non riuscisse più a nascondere il Paradiso».

L’entusiasmo è quello di un ragazzo, il gusto quello dello scrittore antropologo che si avventura in un mondo tutto da scoprire o riscoprire, ma c’è anche il giornalista pronto a intervistare personaggi noti. A Ischia gli dicono che in albergo c’è il conte Visconti e lui lo cerca, ma subito non lo trova. Lo vedrà più tardi sul molo di Casamicciola. «Mi avevano detto che mi cercava Pratolini!» Sta aspettando un battello, devono arrivare un po’ di attori ed ecco Lorella De Luca, «poverina, come un agnello, una pannocchietta nella tempesta... Ecco Franca Valeri, con un magnifico vestito verde che la rende quasi quadrata, con un sorriso da statua etrusca, e due enormi limoni in mano». A Maratea, l’ultima scoperta degli industriali milanesi, si annoia, anche se guarda la costa con una certa ammirazione. Però è ancora una volta la gioia la vera misura del viaggio: una gioia che cresce man mano che ci si inoltra nel profondo Sud. «Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa. Non c’è dubbio, non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace, come con Lawrence a Ravello, ma di gioia.»

E poco più avanti: «il viaggio da Messina a Siracusa può fare impazzire».

A Siracusa vede da un manifesto che alle Latomie è in programma Il racconto d’inverno di Shakespeare e che tra le interpreti c’è la sua amica Adriana Asti. La va subito a cercare. «Eccola... con la maglietta beige e i calzoni bianchi, con due occhi, enormi, più grandi di lei, per cui nel viso non trovano posto il nasino e il mento, pur piccoli. Ci abbracciamo, gridando, saliamo sull’automobile, e via, sul mare di Siracusa.»

Non c’è che dire: il tono, l’enfasi, la gioia degli incontri restituiscono un Pasolini ragazzo, pronto a correre incontro al mondo, specie in quel Sud dove tutto gli sembra più autentico. Poi incomincia la risalita della costa italiana. In un solo giorno percorre la strada che sta tra Reggio e Taranto. «L’Ionio (sic) non è un mare nostro: spaventa.» Così come spaventa Cutro: «è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi westerns. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi». Questa descrizione suscitò una polemica e, quando Pasolini fu insignito del premio Crotone che abbiamo già ricordato, la stampa locale si scatenò: ha offeso la Calabria! Pasolini rispose con una lettera aperta pubblicata da «Paese Sera» in cui ricordava, tra l’altro, che la polemica contro di lui pescava nel torbido di una campagna elettorale senza tener conto della realtà storica della Calabria, regione che il banditismo lo conosceva eccome. Era tuttavia una polemica troppo facile perché Pasolini si appassionasse. Nel frattempo il suo viaggio si era compiuto: risalendo la costa Adriatica si era pian piano riavvicinato ai luoghi delle sue vacanze infantili. A Venezia – siamo ormai ad agosto – aveva incontrato due pittori, Turcato e Santomaso. È una lamentela scherzosa, la loro: il mare è uno schifo, la vita notturna non c’è. A Caorle tutto è andato in malora: «Era uno dei più bei paesi del mondo: lo giuro» scrive Pasolini ed è il grido del ragazzo tradito, tradito nei suoi ricordi. «Squallide, tristi pensioni, in folla, per un nuovo lungomare che sa ancora di calce fresca, hanno soffocato l’antico paese, mostro di colorata purezza.» E siamo, di nuovo, oltre Trieste al confine. Questa volta con la Jugoslavia. Pasolini registra le voci di alcuni bagnanti: «Presteme el petine!» dice una e il giovanotto risponde: «Speta!» «Qui finisce l’Italia, finisce l’estate» conclude Pier Paolo.

Quando cercava i luoghi adatti per girare il Vangelo, Pasolini andò a fare sopralluoghi in Israele e in Giordania, ma il moderno invadeva i paesaggi che lui voleva naturali, eterni e fuori del tempo. Andò poi a cercarli nel Sud italiano, memore certamente delle giornate trascorse sulla Millecento nell’estate del ’59. Andò a Matera, in Puglia, intorno all’Etna. Se qualcosa aveva reso felice Pasolini era proprio il contatto con i luoghi e con la gente non ancora corrotti dal consumismo ormai in agguato ovunque, non ancora omologati, per usare una parola-bestemmia che tante volte aveva tentato di esorcizzare. Questo reportage non è un testo minore e occasionale, come potrebbe sembrare a prima vista. È il documento di una passione straordinaria per l’Italia com’era e per la gente. Una delle rare volte in cui la gioia trabocca nelle parole e negli sguardi di un intellettuale poi spesso scomodo soprattutto a se stesso.

 

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