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| Fernando "Ivano" Giannoni, deportato in Germania, nel sanatorio dopo la liberazione |
Oggi, il sottoscritto e Andrea, mio fratello abbiamo voluto scrivere poche righe per esplicitare e ribadire ancora una volta la reale validità di una commemorazione libertaria e democratica come il 25 aprile, nel tentativo di difenderla da manipolazioni e occultamenti sempre più evidenti.
" L'anniversario della liberazione d'Italia, noto anche come festa della Liberazione, è una festa nazionale della Repubblica Italiana, che si celebra ogni 25 aprile per commemorare la liberazione d'Italia dall'occupazione nazista e dal fascismo, per opera della Resistenza italiana e degli Alleati . È un giorno fondamentale per la storia d'Italia, come simbolo della lotta condotta dai partigiani e dall'esercito a partire dall'8 settembre 1943 (giorno in cui gli Italiani seppero dell'armistizio di Cassibile, appena firmato con gli Alleati)"
La definizione di questo importante evento mi pare chiara, di una purezza adamantina. Ma la seconda carica dello Stato (sic!) parrebbe rimasto bloccato in qualche anfratto della storia, dove si ripete, per qualche motivo fantascientifico, la stessa, terribile sbobba nera di metà anni '40, quando gli ultimi camerati si arabattavano per dare un senso alla squallida esistenza della repubblica di Salò.
La Russa, dunque, con la sua penosa e ridicola richiesta di voler commemorare i caduti di Salò per il 25 aprile, non si è mai reso conto (bontà del povero ingenuo) che questa data commemora la Liberazione dell'Italia da tutta quella nefasta congrega che, a partire dai nazisti, passando per i fascisti della prima ora e terminando con i repubblichini di Salò, aveva portato in guerra l'Italia e distrutto il Paese nella sua interezza. In seconda istanza ne deriva la commemorazione dei caduti che hanno reso possibile la liberazione finale.
Mi verrebbe da pensare, allora, anche da un punto meramente logico, cosa avrebbero liberato i repubblichini di Salò se vogliamo renderli uguali per sacrificio e abnegazione ai Partigiani resistenti?
Occorre allora fare un poco di chiarezza storica per far notare quanto questa richiesta sia assurda e priva di ogni rispetto verso coloro che combatterono e caddero non solo per l'Italia ma per i principi fondamentali di libertà, eguaglianza e democrazia
Gli ultimi rimasugli del ventennio si opposero in maniera feroce e violenta ai Liberatori. Dopo la proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre i tedeschi catturarono circa 1 010 000 militari italiani; di questi circa 200 000 accettarono l’offerta di collaborare con i tedeschi o sostenere la Repubblica Sociale di Mussolini. Dei rimanenti, al netto dei fuggiaschi e dei deceduti (circa 210 000), circa 600 000 sono stati deportati in Germania. Non esistono documenti ufficiali che consentano di quantificare il numero preciso degli appartenenti alle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, tuttavia, occorre sapere che L'Esercito Nazionale Repubblicano (con la Guardia Nazionale Repubblicana e le Brigate Nere) dipendeva, formalmente, dal governo della RSI ma l'impiego operativo era sostanzialmente diretto dai tedeschi. La maggior parte delle azioni compiute da queste unità furono dirette contro il movimento partigiano (i Liberatori): i comandanti tedeschi, poco inclini a fidarsi dei militari italiani dopo i fatti dell'8 settembre, preferivano evitare di coinvolgerle nei combattimenti del fronte, e si convinsero ad usarle solo nei momenti e nei settori più tranquilli della Linea Gotica.
In particolare, fu il segretario del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini a coniare la denominazione «Brigate Nere», con la quale voleva esprimere la loro contrapposizione alle formazioni partigiane della Resistenza legate ai partiti di sinistra, «Brigate Garibaldi», «Brigate Giustizia e Libertà» e «Brigate Matteotti».
Per le armi e i mezzi di trasporto le Brigate Nere mobili dipendevano dai militari tedeschi, inizialmente più che contenti di poter contare sui fascisti repubblicani per le imprese antipartigiane, e specialmente per il "lavoro sporco", come incendiare paesi, passare per le armi donne e bambini ed eseguire deportazioni, sequestri, torture ed esecuzioni sommarie. Ai crimini tipici delle azioni di contro-guerriglia, si aggiunsero quelli tipici di reparti che avevano arruolato ogni sorta di elemento, includendo anche più di un criminale: i rapporti della Guardia Nazionale Repubblicana elencano numerosi casi di saccheggio, furto, rapina, arresto illegale, violenze a cose e persone.
Credo che già di per sè quanto accaduto nella nostra storia dovrebbe bastare per archiviare definitivamente il Ventennio, invece è interessante andare a vedere cosa accadde negli anni successivi alla guerra per meglio cogliere l'evidente continuità verso gli ultimi rigurgiti repubblichini.
Innanzi tutto l'Ufficialità del 25 aprile:
Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il 22 aprile 1946 il principe e luogotenente del Regno d'Italia Umberto II di Savoia emanò un decreto legislativo luogotenenziale con Disposizioni in materia di ricorrenze festive, che all'articolo 1 stabiliva la festività del 25 aprile per quell'anno.
Si ebbero decreti per celebrare la ricorrenza anche nel 1947 e nel 1948; solo nel 1949 la ricorrenza venne istituzionalizzata stabilmente quale giorno festivo, insieme con la festa nazionale italiana del 2 giugno.
Nel 1955, al decennale della Commemorazione il Movimento Sociale Italiano portò avanti una campagna per l'abolizione dei festeggiamenti del 25 aprile tramite il «Secolo d'Italia», su iniziativa di Franz Turchi. Venne inoltre organizzata una celebrazione a Roma a ricordo dei caduti della Repubblica Sociale Italiana; i saluti romani e i canti dei missini provocarono scontri con alcuni giovani comunisti.
Nel 1960, quando era in discussione al Senato la fiducia al governo Tambroni con il sostegno parlamentare del MSI, al momento delle celebrazioni della Liberazione i senatori del MSI uscirono dall'aula.
Per la ricorrenza del 1973 Sandro Pertini tenne un discorso in piazza Duomo a Milano, dopo le violenze del 12 aprile commesse da militanti di gruppi neofascisti e del MSI durante una manifestazione vietata dalla questura.
Nel 1971 Ignazio La Russa è responsabile del Fronte della Gioventù (FdG) di Milano, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano (MSI).
Il 12 aprile 1973, quando era uno dei capi del FdG di Milano, nella manifestazione organizzata dal MSI contro quella che veniva definita violenza rossa furono lanciate due bombe a mano SRCM Mod. 35, una delle quali uccise il poliziotto di 22 anni Antonio Marino. L'evento verrà ricordato come il giovedì nero di Milano.
In definitiva, allora Ignazio La Russa vorrebbe che il solenne omaggio del Presidente della Repubblica Italiana e delle massime cariche dello Stato (lui compreso, ahimè), al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre venisse esteso a coloro che appartenevano all'ultimo, bieco manipolo di fascisti e che, in tutte le città italiane – specialmente in quelle decorate al valor militare per la guerra di liberazione – vengano organizzate oltre alle manifestazioni pubbliche in memoria dell'evento anche eventuali commemorazioni per le Brigate Nere.
Permettetemi di dire che tutto ciò è follia eppure, ancora oggi, nella perdita totale di memoria storica e di rispetto, si vorrebbe una sorta di abbraccio totale in nome di una cosidetta uguaglianza tra i Partigiani e Salò. Non ha alcun senso sentirsi tutti italiani se, ancora oggi, vi sono cittadini della Repubblica che non hanno chiari i principi della Carta costituzionale costruita con l'Antifascismo e la Resistenza e sono incapaci di comprendere concetti come democrazia, eguaglianza e libertà. Il 25 aprile è una commemorazione che deve unire nel nome di questi principi, il contrario significherebbe nuovamente perdersi nei gorghi della dittatura e della prevaricazione.
Giorgio Giannoni Andrea Giannoni

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