23 luglio 2026

Un'inaspettato Senso del Sacro di Giorgio Giannoni

                                         

La fascinazione di un mandala, come forse qualcuno avrà notato, è proprio la sua vacuità, il contrasto tra la sua bellezza, la trascendenza recondita della propria sofisticata struttura e la sua evanescente durata, la sua immediata e conseguente distruzione, catartica e liberatoria nella sua fine.




Tutto questo mi è venuto a mente quando, ieri, nella banale e impersonale spiaggia libera di Fiumaretta avevano preso forma, forse nella notte, delle figure ascetiche e magiche, volgarizzate certamente nella loro definizione inglese di stone balancing (o rock stacking) quasi a voler dare ad esse una denominazione di eccentrica normalità. Dunque, non mandala di sabbia ma forme diseguali, la cui permanenza sarebbe durata, comunque, lo spazio di un mattino.

  Poco discoste dal normale passaggio dei bagnanti, venivano per lo più ignorate o guardate con occhio sbilenco come se avessero, da sempre, partecipato di quell'angolo balneare e dunque di minimo interesse. Eppure, ad una sosta più marcata, ad una osservazione più profonda si veniva come rapiti da un vortice di recondita spiritualità che andava oltre alla bravura dell'autore nel giocare sugli equilibri e le forze statiche della materia.



 Come se una sorta di magica aura trasmettesse all'osservatore un messaggio di alterità e conducesse la mente a passaggi stranianti verso mondi alieni dove la forza di gravità, manipolata e restituita in quel modo, era la chiave del passaggio, dell'attraversamento di una barriera invalicabile. Ho pensato ai cerchi megalitici, ai dolmen antichi, alle infinite sequenze di pietre lasciate nei millenni  dai nostri predecessori che, per una mattina, si sono come materializzati in questa piccola soglia mostrandoci, ancora una volta e di sfuggita, la complessità dell'universo e il suo eterno rimescolarsi nelle forme viventi e non viventi. 




Ancora una volta il Senso del Sacro ha fatto breccia tra il quieto vivere e la banalità dell'esistenza, uscendo da quelle nostre corde, nascoste e inconsce, che da millenni ci accompagnano a ricordarci la nostra finitezza, l'incomprensibilità della natura e il pauroso mistero delle origini. 

La storia dell'uomo è costellata di ricoveri, ricette per la vita, ripari, rifugi tali da tentare di arginare queste paure, quell'angoscia, quel panico esistenziale che inesorabilmente ci accompagna lungo i sentieri della nostra esistenza e la religione, da sempre, è uno dei più funzionali nell'arginare l'abisso. In filosofia si dice che i tentativi come la religione con la sua fede, e oggi, in maniera più perentoria e aggiornata, la scienza con la sua tecnologia sono degli episteme, termine greco che si riferisce ad un sistema di sapienza che, in teoria, sia capace di dare un senso alla nostra vita e arresti questa tracimazione verso il nulla, verso la non esistenza. Ma siamo sicuri di sentire e di comprendere veramente questa angoscia e questa paura che ci pervade? Basti pensare, per un momento, ai primi nostri progenitori preistorici incapaci di trovare una risposta a quel senso di paura, di terrore che ogni attività o accadimento umano provocava in loro. Come spiegarsi la nascita, la morte, il mangiare, il defecare, il riprodursi, l'alternanza del giorno e della notte, il progredite delle stagioni, il sole e la luna in cielo? Possiamo compendiare quel terrore sovrumano che viene dal profondo, dal nostro inconscio, quel senso di impotenza definendola oggi come Senso del Sacro e proprio da tali inspiegabili paure è emersa la necessità di inventare qualcosa, qualcuno che potesse dare un senso ad ogni cosa. Le prime proiezioni di questo inconscio terrore nella natura furono i primi passi per raccontarsi le cose e cominciare a pensare a qualcosa, qualcuno che scacciasse la paura e ci difendesse dall'inconoscibilità del futuro, dall'instabilità del quotidiano, dalla mancanza di un senso e di un significato nella natura. Il passo successivo si espresse, allora, nel codificare un culto, nel creare dei e dee simili a noi, con le stesse paure, le stesse idiosincrasie ma potenti nelle loro azioni superiori, tali da creare riferimenti e sicurezze e poi storie, prima orali, successivamente scritte per giustificare azioni, comportamenti, spiegazioni sul mondo e sulla vita. Erano nati i grandi miti e le loro necessarie elucubrazioni. Forse, le parole di Umberto Galimberti chiariranno meglio quanto ho appena scritto: 

" Sacro è una parola indoeuropea che noi traduciamo con “separato” e fa riferimento alla potenza che gli uomini hanno avvertito come superiore a loro e perciò collocata in uno scenario “altro” a cui hanno dato il nome di sacro, successivamente di “divino”. In questo scenario Dio è arrivato con molto, molto, molto ritardo. Cerco di indicare una terminologia in modo che nessuno identifichi il sacro con Dio. Si tratta di potenze che l’uomo ha avvertito come superiori a sé e ha collocato in una regione “altra”, denominata appunto “sacralità”. Sacralità è una parola ambivalente che vuol dire al contempo, benedizione e maledizione: tutte le parole che oltrepassano l’umano sono parole ambivalenti. Stante la natura ambivalente di questa dimensione, ambivalente è anche il rapporto che l’uomo stabilisce con il sacro: da un lato lo teme come si può temere ciò che si ritiene superiore e che non si è in grado di dominare e dall’altro ne è attratto come si è attratti dall’origine da cui un giorno ci si è emancipati. Il sacro è una dimensione perdurante nella condizione umana, può essere rimosso, invocato, temuto, dimenticato addirittura, ma opera comunque. Per difenderci dal sacro sono nate le religioni, le quali, non sono dimensioni che ci mettono in rapporto con il sacro bensì ce ne difendono..."

Anche le pietre come il Tutto sono parte di noi.

Giorgio Giannoni





NO TIME NO SPACE - FRANCO BATTIATO

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