27 marzo 2026

DISAGIO GIOVANILE: Coltellate alla professoressa, quella lontananza mortale dagli adulti di Marco Rovelli

L’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneari dove sono avvenuti i fatti
 

Forse alcuni di voi ricorderanno, poco tempo fa, quando chiedemmo a Marco Rovelli di venire a Sarzana a raccontarci, lui insegnante, del disagio e dei problemi degli adolescenti. Pomeriggio sostanzialmente ignorato da genitori o quant'altri abbiano a cuore i rapporti tra adulti e ragazzi che, nel ripetersi poi di episodi terribili come l'ultimo dell'accoltellamento dell'insegnante di francese da parte di un tredicenne, trovano solo nell'interesse morboso dell'avvenimento magari al bar o in insipide ed irrilevanti diatribe televisive la loro misera considerazione. 



E' dunque con questa constatazione che proponiamo quanto Rovelli ha scritto sul Manifesto relativamente proprio a questa ultima violenza adolescenziale con l'auspicio che qualcuno legga questa nota, carica di terribili notazioni dello stesso autore del gesto, e ne tragga l'insegnamento, la necessità che occorra sempre e comunque parlare con questi ragazzi ed invitarli ad esplicitare le proprie sofferenze e i propri disagi prima di arrivare a risultati irreparabili.

           


Coltellate alla professoressa, quella lontananza mortale dagli adulti

di Marco Rovelli dal Manifesto  

«La soluzione finale» è il titolo scelto per il messaggio scritto su Telegram dal tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante di francese. Si prende in prestito dalla storia un’espressione che condensa tutto il suo orrore, per portarla nel proprio quotidiano
Si tratta di farla finita con la vita, in un gesto nichilistico di annientamento del mondo e di se stessi, di distruzione e di autodistruzione.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».

Un gesto di cui viene dichiarato subito la sua natura di surrogato:

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre».

Lo dice al mondo intero, quel ragazzo, di avere un problema radicale di relazione, e non sapendolo elaborare decide di passare all’atto nel contesto quotidiano in cui sconta la propria incapacità di gestire le relazioni.
La scelta di colpire l’insegnante è una scelta «mirata», scrive.

«Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima».

La sua condizione autopercepita come vittimaria porta con sé il proprio sentirsi diverso da tutti e superiore ai «comuni mortali» da cui si sente circondato:

«L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta»

Il culto del proprio Io – un Io ancora tutto in formazione, fluido, esposto drammaticamente a un mondo che non è in grado di gestire – è la sua difesa estrema dalla sofferenza che ogni relazione per lui porta con sé.
Quel culto trova espressione estetica nella scelta di come vestirsi, ritualmente, con un’uniforme militare per compiere quel gesto estremo, omicidario e suicidario insieme:

«L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati».

Ingiustizia, rispetto, diritti, sono parole chiave dell’universo simbolico di quell’adolescente, come di tanti adolescenti: a cui però manca totalmente una dimensione collettiva, incapace com’è di gestire le relazioni sia con i coetanei che con gli adulti.
È palese la distanza abissale dal mondo degli adulti, e la rivendicazione di libertà a autonomia. E l’idea di una scuola inadeguata («La scuola sta fallendo»). Distanza dal mondo degli adulti e rivendicazione di autonomia a fronte dell’eccessivo controllo e giudizio di cui si è oggetti sono senso comune, tra gli adolescenti. Ma qui precipitano, come in un manga, o in una serie coreana, nella necessità della vendetta:

«Mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male».

Là dove sei giudicato e ti senti svilito nella tua dignità, là dove sei considerato un loser senza redenzione possibile, non resta che la vendetta, come gesto estremo di affermazione della propria identità.
E si tratta anche di fuggire la «banalità» che vede attorno a sé, e così riscattare la propria identità per differenza.

«Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente»

, scrive: non ha certamente letto Hegel, ma ha ben chiara la questione del riconoscimento da parte dell’altro. Questa differenza risalterà in quel gesto estremo, dove saranno evidenti a chiunque «la forza» necessaria per «fare ciò che molti non hanno fatto», e «l’intelligenza» per «capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni». Solo in questo passaggio della lettera si enuncia un «noi», parlando di «nostri bisogni» – come se percepisse con chiarezza che quella condizione radicale di solitudine e di distanza abissale da ogni adulto non fosse solo sua, ma una condizione comune.
Perciò agisce, ribellandosi a un destino che percepisce essere già stato deciso, e di cui trova nella sua insegnante di francese il massimo responsabile e il nemico perfetto da abbattere, perché tra le umiliazioni che sente di aver ricevuto c’è anche quello di essere stato marchiato e deriso per un disturbo dell’attenzione.
Quest’Io sofferente allo spasimo, che si sente incatenato, con un destino immodificabile, decide di riscattarsi infliggendo la sofferenza estrema: dispensare morte, che è il culmine della trasgressione di ogni regola, l’affermazione radicale della propria libertà, e l’unica possibilità di dare un senso alla propria vita.
Colpisce la scrittura nitida e precisa di questa lettera, inusuale in un ragazzo di tredici anni. E colpisce anche la consapevolezza del fatto che non potrà essere processato, «visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no». E anche questo suona come un segno di quanto sia abissale la distanza dal mondo degli adulti, e dell’insostenibilità dell’esserne giudicati.

Nessun commento:

Posta un commento